Parla l’operaio turco ustionato alla Bossi: “Mi hanno lasciato solo”

Abdullah ha deciso di farsi intervistare per raccontare il suo calvario dopo l'incidente nella fonderia gallaratese, avvenuto nel marzo 2014: "I proprietari? Non li vedo e non li sento da un anno. Mi devono risarcire"

abdullah Altunkapan operaio ustionato gallarate

L’uomo nel fotoconfronto in alto si chiama  Abdullah Altunkapan, è di origine turca, ha 31 anni ed è nato a Pazarcik, un distretto del sud-est della Turchia, al confine con la Siria. E’ arrivato in Italia per lavorare e darsi un futuro migliore ma proprio qui si  è visto cambiare la vita in una notte di un anno e mezzo fa, mentre lavorava alla fonderia Bossi di Gallarate.

Una colata di materiale fuso lo ha sfigurato e gli ha carbonizzato una mano che gli è stata amputata. Ha deciso di farsi intervistare da Varesenews perchè la sua storia sia di esempio e perchè quello che è accaduto a lui non succeda di nuovo. La vicenda giudiziaria, nel frattempo, è giunta alla chiusura dell’indagine da parte del sostituto procuratore Nicola Rossato che ha chiesto il giudizio immediato per i tre componenti del cda e ha citato in giudizio anche la società per la responsabilità amministrativa.

 Quando sei arrivato in Italia e in che modo?

«Sono arrivato in Italia nell’ottobre del 2006 per raggiungere alcuni dei miei fratelli e trovare lavoro.
Sono arrivato in aereo in Croazia, ho quindi raggiunto a piedi l’Austria, dove mio fratello mi ha raggiunto per portarmi in auto in Italia».

Perché sei scappato dalla tua terra (se ti va di raccontarlo)?

«In Turchia per me era diventato impossibile rimanere a causa delle continue persecuzioni nei confronti della mia minoranza etnica, quella curda. Avevo anche difficoltà a trovare lavoro in quanto curdo. Così ho deciso di raggiungere alcuni dei miei fratelli in Italia»

Come hai trovato lavoro alla Fonderia Bossi e da quanto ci lavoravi?

«Ho trovato lavoro tramite una cooperativa gestita da un connazionale a cui si erano già rivolti altri miei conoscenti. Ho lavorato in fonderia nel 2007 e 2008, in seguito ho svolto vari lavori e sono rientrato dopo un anno. Il giorno dell’infortunio stavo svolgendo un turno di notte che durava da circa due/tre settimane».

Sei stato formato per il lavoro che stavi svolgendo il giorno dell’incidente?

«Assolutamente no. Non avevo mai fatto alcun tipo di formazione. Prendevo ordini direttamente da Federico Bossi che mi spiegava di volta in volta come far funzionare i macchinari ai quali venivo assegnato. Oltre alla macchina sulla quale mi sono infortunato infatti a volte venivo spostato su altre macchine».

Cosa ricordi di quel giorno?

«Nonostante il dolore atroce ricordo esattamente tutto fino a quando sono arrivato a Gallarate al pronto soccorso. Il sistema di blocco che doveva fermare la vasca che trasporta il metallo fuso non ha funzionato: anziché fermarsi mi ha investito, spingendomi contro la fornace di fusione».

Come e dove sei stato curato?

«Dal pronto soccorso di Gallarate sono stato trasferito al Niguarda, dove sono rimasto in cura al reparto di rianimazione del pronto soccorso e al reparto grandi ustionati. Ho subito diversi interventi chirurgici per le ustioni al volto, collo, torace e braccia che ricoprono il 55% del mio corpo. La mano sinistra mi è stata amputata all’altezza dell’avambraccio, perché il calore aveva aggredito anche le ossa. Quel giorno infatti non ho potuto evitare di appoggiare la mano sulla superficie della fornace per allontanarmi altrimenti sarei venuto in contatto diretto col metallo fuso. Al Niguarda ho anche iniziato la riabilitazione motoria, ci sono voluti mesi prima che potessi tornare a casa. Volevo cogliere l’occasione per ringraziare tutti i dottori e gli infermieri che mi hanno aiutato».

Quale è lo stato attuale delle cure?

«La completa stabilizzazione è ancora lontana. Devo ancora attendere per poter avere una protesi alla mano, poiché i movimenti delle braccia sono molto limitati: gomiti e spalle sono ricoperti da ustioni e la pelle non è elastica. Inoltre dovrò subire altri interventi per ferite che non si rimarginano alle ascelle. Anche l’occhio sinistro dovrà essere operato: ho infatti la palpebra completamente cicatrizzata, e l’orecchio sinistro è stato amputato. Ho difficoltà di movimento e dolori continui: a distanza di un anno e mezzo dall’incidente non ho ancora idea di quanto tempo ci vorrà».

L’azienda per cui lavoravi ti ha mai cercato? Qualcuno è mai venuto a trovarti (proprietari, colleghi di lavoro)?

«So che i Bossi si sono interessati delle mie condizioni tramite alcuni miei parenti mentre ero in coma. Dopo quattro mesi circa ricordo di avere visto Alessio Bossi al Niguarda. Ma dopo questo non ho più sentito nessuno da parte dell’azienda, che anche tramite il proprio legale si è ben guardata dal fare passi concreti per aiutarmi in questa difficile situazione. Per tutelarmi mi sono dunque affidato allo studio di Gallarate di Giesse Risarcimento Danni, i cui consulenti, specializzati in questo tipo di incidenti, mi stanno garantendo il massimo aiuto».

Quali sono i tuoi sogni oggi?

«In questo momento è difficile dirlo: le mie condizioni mi fanno capire che difficilmente potrò avere la mia vita di prima, ma cerco di essere ottimista. Sono molto concentrato sulla mia situazione fisica e cerco di impegnarmi per ristabilirmi al meglio. La mia famiglia mi è stata molto vicina e sono straordinari nel farmi avere affetto e ospitalità. Ho amici che mi vogliono bene. E ho anche fiducia che la giustizia possa fare il suo corso sperando che quello che mi è capitato possa essere evitato ad altri in futuro».

Orlando Mastrillo
orlando.mastrillo@varesenews.it

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Pubblicato il 09 Ottobre 2015
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