Perché i ricercatori italiani fuggono

L’eco della protesta dei 1700 cervelli italiani a cui è stato negato un posto da ricercatore per mancanza di fondi, ha fatto il giro del mondo

“Perché gli italiani stanno dicendo arrivederci”, così titolava un articolo nel numero di dicembre di BusinessWeek. L’eco della protesta dei 1700 cervelli italiani a cui è stato negato un posto da ricercatori per mancanza di fondi, ha fatto, dunque, il giro del mondo. Le statistiche pubblicate dalla rivista sul brain drain (la fuga dei cervelli) in Europa parlano chiaro: l’Italia è in testa con il 2, 3 per cento, seguono la Francia con l’1,1, la Germania con lo 0,9, la Spagna con lo 0,8, e la Gran Bretagna con lo 0,6. (fonte Giovanni Peri, University of California At Davis). Ogni anno il 5 per cento dei nuovi laureati italiani lascia il Bel Paese per andare a cercare gloria e riconoscimenti in terra straniera. Si tratta di laureati in materie scientifiche e specializzati in nuove tecnologie: molti medici (neurologi), informatici ed economisti (la city londinese è piena zeppa di italiani). Di contro solo l’1 per cento dei laureati del resto d’Europa lascia il proprio paese.

Un ricercatore italiano guadagna in media un terzo (1200 euro) di quello che guadagna un ricercatore straniero e le prospettive sembrano non essere destinate a cambiare, visti i tagli operati proprio sulla ricerca dal Governo Berlusconi. Per riportare in Italia i ricercatori espatriati sono stati promessi sgravi fiscali e l’istituzione di nuovi centri di ricerca. È stata così annunciata la nascita del Lit (Istituto italiano di tecnologia), emulo del più famoso e leggendario Mit (Massachusetts institute of technology). Un centro di ricerca che sviluppi conoscenze strategiche al pari di Harward e Cambridge. Per l’opera è stato previsto un finanziamento di 50 milioni di euro per il 2004 e altri 100 milioni all’anno, per dieci anni consecutivi. «Ma trovare tali grandi somme di soldi – scrive la giornalista Christina Passariello – sarà dura, dato il crescere lento dell’economia italiana e l’alto debito pubblico».
Da ultimo, ma non meno importante, la tradizione accademica italiana che frena il ricambio generazionale e sullo sfondo l’ombra della Cina, già pronta a inserirsi nel mercato delle esportazioni dei prodotti a bassa e media tecnologia che ha reso florida l’economia italiana nel secondo Dopoguerra.

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Pubblicato il 16 Dicembre 2003
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