Lauwers, il belga atipico che conosce la storia di Varese
Prima chiacchierata in biancorosso per il tiratore di Liegi. "Nel mio Paese il vostro club è sinonimo di pallacanestro. Grazie a Castiglioni, ma anche a Daniele Cavicchi"
È un belga atipico Dimitri Lauwers, il ragazzo cui
Già, perché non è facile trovare un belga per di più nativo di Liegi affermare a cuor leggero che «del ciclismo non mi interesso, io e la bici siamo su due pianeti diversi» né è comune sentir parlare in perfetto italiano un fiammingo, “padrone” di una lingua ai limiti dell’incomprensibile. Un paio di bombe a segno (
Una chiacchierata che evidenzia soprattutto una cosa: la conoscenza reale da parte di “Doum” della storia del basket nostrano, non per sentito dire ma per passione diretta.
«Mi suona ancora strano dire che sono qui per giocare in A2, io sono qui per giocare a Varese che con questa categoria non c’entra nulla. Voi magari non lo sapete, ma Varese e Milano sono tuttora considerate grandi nomi della pallacanestro europea grazie al passato. Io prima di venire in Italia vi conoscevo bene, vuoi per la grande Ignis, vuoi per la squadra di Pozzecco, Meneghin e Galanda, vuoi per la famosa rissa contro lo Charleroi in Uleb Cup, vuoi anche per Fultz che giocò qui e che conosco bene». Complimenti sentiti e veri quindi, non le solite frasi fatte da nuovo acquisto: cose che non servono a vincere i campionati ma che fanno senz’altro piacere.
Lauwers, qual è il suo primo pensiero ora che è arrivato a Varese?
«Anzitutto ringrazio il club e la famiglia Castiglioni che mi stanno dando l’opportunità di tornare in campo. Non gioco da settembre quando mi feci male con la nazionale: a Bologna ho continuato ad allenarmi ma insomma, ho fatto più la persona qualunque che non il giocatore. La voglia di tornare a fare canestro è senz’altro molto forte».
Il suo primo obiettivo è quindi quello di ritrovare il ritmo di gara.
«No, l’unica meta è quella di riportare in A1
Al di là della storia passata, cosa conosce di questa Varese?
«In squadra ci sono parecchi giocatori di valore che ho già affrontato durante le mie stagioni in Italia e che apprezzo. Loro d’altra parte conoscono me e le mie caratteristiche: credo che ciò sia fondamentale per un inserimento rapido in squadra e nel gruppo».
Lei l’anno scorso con Scafati ha contribuito alla retrocessione varesina, se lo ricorda?
«Sì, ma purtroppo fa parte del gioco, soprattutto nel basket di oggi dove è difficile rimanere a lungo in una squadra per noi atleti. Io ne sono l’esempio: mi piacerebbe fermarmi in una città ma fino a ora ho continuato a girare. È il nostro destino: un anno sei odiato in un posto, la stagione dopo i tifosi ti amano perché giochi per loro».
Ci racconti come è andata la trattativa che l’ha portata in biancorosso.
«In realtà è una storia iniziata mesi fa. Mi sono sentito in più di un’occasione con Daniele (Cavicchi, il vice di Pillastrini che ha allenato Lauwers alla Virtus ndr – nella foto mentre segue la conferenza stampa): è successo ad agosto e tra settembre e ottobre. Allora non c’erano le condizioni perché io stavo rientrando dall’infortunio ed ero legato a Bologna. Poi ho avuto richieste durante la finestra di mercato di A1 ma non sono andate a buon fine. Allora mi dispiacque ma ora sono contento perché ho riallacciato il contatto con Varese e finalmente sono arrivato qui».
Chiudiamo con un breve ritratto personale: chi è Dimitri Lauwers fuori dal campo di gioco?
«Un ragazzo normalissimo. Mi piace stare con mia moglie, vivere un po’ la casa, fare il turista andando a visitare le città e i luoghi che mi circondano oppure andare al cinema. Il ciclismo invece, proprio no: strano per uno di Liegi ma vi assicuro che è così».
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