Il “romanzo padano” della Lega secondo Francesco Speroni

L'europarlamentare ricandidato per l'ennesima volta: è a Strasburgo dal 1989. Malpensa, le PMI e l'immigrazione i temi del momento toccati durante la presentazione del volume dei giornalisti David Parenzo e Davide Romano sulla storia del Carroccio

Francesco Enrico Speroni, o dell’Europa vista da vicino, anzi da dentro. L’europarlamentare uscente della Lega Nord è un habitué dei corridoi di Strasburgo e Bruxelles, le capitali dell’Unione Europea fra cui pendolano, un po’ illogicamente, i rappresentanti eletti dei cittadini europei. Speroni siede all’Europarlemento da vent’anni: il Muro di Berlino stava ancora in piedi, ma lui era già seduto al suo scranno. Nella lista resa nota oggi dalla Lega Nord per il collegio Nord-Ovest, lui c’è, unico rappresentante della provincia di Varese, culla natia del movimento. Ieri sera al Museo del Tessile della sua Busto Arsizio è stato ospite d’onore di una serata dedicata alla presentazione di "Romanzo padano", volume edito da Sperling & Kupfer e curato dai giornalisti David Parenzo e Davide Romano. "Da Bossi a Bossi. Storia della Lega" il sottotitolo dell’opera uscita lo scorso settembre, un’analisi delle dinamiche che hanno portato i cosiddetti "barbari" a "conquistare" Roma per ben due volte, sia pure a braccetto del mai troppo amato Berlusconi.

Speroni ha esposto le linee fondamentali delle istituzioni europee, con tutte le relative illogicità e storture, in primis la mancanza di autonomo potere d’iniziativa legislativa dell’Europarlamento, più che altro un forum di approfondimento e revisione delle proposte della Commissione che lavora in tandem con il Consiglio dell’Unione Europea, rappresentante (non eletto) dei governi dei singoli Stati. C’è molto da fare in Europa, e comunque molto si fa: il 70% delle leggi che si approvano discende ormai dal recepimento di direttive e regolamenti di valore continentale. Per l’esperienza personale, Speroni rimanda alla sua scheda consultabile sul sito dell’Europarlamento, ma ricorda di essersi occupato ancora di recente di Malpensa e degli slot dei voli e, nella sua qualità di vicepresidente della commissione giuridica dell’Europarlamento, di piccola e media impresa, in particolare sotto il profilo dell’armonizzazione legislativa e della semplificazione fiscale. Quanto alle banche e al loro trincerarsi dietro le regole di Basilea II, vera spina per le PMI affamate di risorse, Speroni replica che la cosa non riguarda solo i Paesi UE e passa per ora sopra le teste del Parlamento di Strasburgo.

«La Lega ha saputo essere moderna nei mezzi» rivendica Speroni facendo eco a Parenzo e Romano: «avevamo i fax in tutti le sedi quando nel 1990 in Consiglio regionale lombardo ce n’era uno solo, e faceva strano che ne chiedessimo un altro a parte come gruppo». Vedere alla voce: Bossi high-tech. «Nel 1987 apriamo la sede di Varese, e subito c’è un Macintosh. Sette anni dopo a Roma al ministero delle Riforme non c’era un solo computer». Sepperquesto, non c’era neanche il ministero, prima della Lega. Ma la vera capacità del Carroccio è stata quella di unire nel segno di ciò che normalmente divide: autonomismo e culture locali. Lo dicono gli autori di "Romanzo padano", lo ripete Speroni. «Per ottenere un cambiamento dello Stato e della Costituzione devi avere la forza di condizionare una maggioranza di governo». E questo è sempre stato l’alfa e l’omega della politica leghista: porsi come ago della bilancia.

Quando si va a cercare la radice elettorale del successo leghista, l’europarlamentare lo ritrova proprio nelle euro-elezioni del 1989 che lo mandarono a Strasburgo. «Unificammo le correnti locali del movimento, per dare mostra di compatta unità nordista ci inventammo anche una Lega dell’Emilia Romagna, mettendone a capo un nostro compagno di Cremona…» L’allora Alleanza Nord, trascinata dalla Lega Lombarda, funzionò e guadagnò due europarlamentari. Fu l’inizio di un percorso di crescita tumultuosa dei consensi che fece della Lega la forza di popolo par excellence, modellata, come sostengono Parenzo e Romano (e parecchi altri), sulla struttura disciplinata e attenta al locale di quel Partito Comunista cui Bossi stesso era stato vicino in gioventù, prima del fatale incontro del febbraio 1979, a Pavia, con Bruno Salvadori e il suo federalismo. Proprio quest’ultimo tema è finito sulla bocca di tutti per impulso leghista, ricordava Romano, insistendo sul fatto che Bossi «da grande comunicatore crede nell’intelligenza degli elettori» a differenza di altre forze politiche che soffrirebbero di inguaribile arroganza intellettuale e distanza dai problemi della gente.

Parenzo riconosceva invece al Carroccio di aver posto la questione chiave: che Europa vogliamo? La risposta è nel nome del gruppo di cui fa parte Speroni: Unione per l’Europa delle Nazioni. Euroscettici di vecchia data, i leghisti non hanno comunque mancato di approfittare della tribuna di Strasburgo (e delle sue generosità, si veda il gustoso buffet di ieri sera) per dire la loro. Il partito più antico in campo, unico nell’ultimo ventennio a non aver sostanzialmente cambiato nome, simboli o leader (così Parenzo), la Lega «ha portato in Parlamento, a Roma o a Strasburgo, uno spaccato della società reale, dall’impiegato al professionista, non attori e veline», e riesce «ad essere partito, di questi tempi scusate se è poco». Parenzo preconizza, sulla base dei dati del 2008, vero exploit in camicia verde, uno sfondamento leghista, con possibili sorprese nella stessa roccaforte “rossa” (?) di Reggio Emilia. Intanto Speroni polemizza sulla questione dei centri di identificazione per i clandestini. «È stata l’Unione Europea, che è ben attenta ai diritti umani, a stabilire che per identificazione un clandestino può essere trattenuto per 18 mesi. Il Parlamento italiano ha rifiutato la proposta del ministro Maroni che ne chiedeva in tutto sei, rispetto ai due di oggi». Strasburgo chiama, Lampedusa può attendere.

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Pubblicato il 29 Aprile 2009
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