La tragedia del Congo raccontata dai “fortunati” di Aru

A Busto Arsizio una delegazione scolastica da una provincia sfiorata dal conflitto. "È stata molto dura, i rifugiati venivano tutti da noi, e c'è ancora guerriglia. Ma ora le cose stanno migliorando e abbiamo speranza. Grazie agli italiani per l'accoglienza"

La Repubblica Democratica del Congo, già Zaire, è un Paese immenso, dalle immense risorse e dagli ancor più grandi problemi, in testa la guerra. È nel "cuore di tenebra" dell’Africa che si è consumato una sorta di "genocidio al rallentatore", che avrebbe provocato almeno cinque milioni di morti premature, per lo più in seguito a malattie e privazioni, ma anche in massacri, combattimenti, violenze assortite: beffardo controcanto "autoprodotto" di quello colonialista di un secolo prima.

Anche di questi drammi parliamo con quattro congolesi in vista a Busto Arsizio per uno scambio culturale con l’ITC Tosi. Sono il preside del liceo Aiti di Aru, Raymond Abeka Umirambe, l’assistente pedagogica Hélène, gli studenti David, ventunenne, e Felicité, appena diciassettenne. Aru è un modesto centro distrettuale, poco più di un villaggio. Si trova nel quadrante Nord-Est dell’immenso territorio congolese, nell’ormai famigerata (per i conflitti) provincia di Ituri, a nord dei Grandi Laghi, nella zona al confine con l’Uganda. Il territorio di Aru è stato interessato nel recente passato dal conflitto che ha insanguinato tutta la regione, con la partecipazione anche di eserciti di altri Stati. E cionostante, nella disgrazia generale, Aru è stato un distretto "fortunato", come ci confermano gli ospiti venuti dall’Africa: la provincia è stata meno insanguinata di altre zone.

«È vero» ci conferma tramite l’interprete il preside, «la nostra zona è sttaa meno colpita, tanto che ha finito per accogliere moltissimi profughi da quelle circostanti, a più riprese». Un’Apocalisse in miniatura. Eppure, fra le tragedie, la fame, le malattie, si è riusciti a fare del bene, «grazie alla cooperazione internazionale delle ONG e all’azione dello Stato». Certo «è stata molto dura, ci siamo trovati in mezzo ad una guerra tribale» conferma Raymond, il cui istituto accoglie ben 858 ragazzi tra i 12 e 20 e spiccioli anni. Sono ragazzi di tutte le etnie, a dispetto degli odi incrociati. Per lo più vengono dai villaggi vicini, facendosi anche una quindicina di chilometri a piedi al giorno, alcuni sono ospitati nell’internato. In un’area vasta come mezza Lombardia, questa è la scuola principale, divisa in quattro indirizzi: pedagogico, commerciale, biochimico, tecnico-sociale (forma assistenti sociali, di cui c’è ovviamente un gran bisogno). «Per noi» spiega il preside «il problema principale al momento è trovare il modo di trattenere i ragazzi al pomeriggio, ci mancano le strutture». Dei ragazzi non pochi lavorano, pagandosi da sè la retta: chi nei campi, chi nel piccolo commercio o in servizi tipo lavaggio auto e così via. Alcuni sono giovanissimi ex miliziani o soldati, strappati agli orrori della guerra e «recuperati», aggiunge, «anche grazie all’operato di alcune ONG come Irs, specializzate proprio nell’affrontare la problematica degli ex bambini-soldato».

Diamanti, oro, coltan (indispensabile per la telefonia cellulare), legname: quelle che avrebbero dovuto essere le ricchezze del paese sono invece tra le cause dei conflitti: o meglio, li finanziano, visti i pochi scrupoli di molti soggetti occidentali e non (in Africa si fa avanti di prepotenza anche la Cina) interessati a metterci sopra le mani. Malnutrizione e la carenza di strutture sanitarie provocano la morte di decine di migliaia di persone ogni mese nel Paese. Nella zona di Aru, però, le cose sono andate migliorando da qualche anno. «Noi speriamo bene, siamo ottimisti: prima era molto peggio. Certo un caos simile a quello a cavallo del millennio non si era mai visto. L’era di Mobutu (il corrotto dittatore che governò il Paese dagli anni Sessanta ai Novanta ndr) aveva visto i suoi problemi, ma era poca cosa confronto a quanto sarebbe venuto dopo la sua caduta» quando varie milizie, più gli eserciti di Uganda e Ruanda si riversarono in territorio congolese. Poco dopo esplodeva poco a sud nell’Ituri il conflitto tribale fra i Lendu, agricoltori, e gli Hema, tradizionalmente pastori. «E anche quando la guerra sonnecchia, resta la fame» racconta ancora il preside. C’è ancora guerriglia: le strade non sono sicure. «Ci sono gruppi ribelli in fuga dall’Uganda» (presumibilmente del Lord’s Resistance Army, gruppo responsabile di crimini terrificanti), «ma vengono repressi, ora si stanno rifugiando verso il Centrafrica», a centinaia di chilometri di distanza. Eppure c’è speranza di un domani in cui questi ragazzi potranno non avere quale unica prospettiva la fuga in Europa.

Su una nota più allegra le impressioni di viaggio di David. Non è stato facile arrivare qui, ci sono voluti giorni per avere i visti di viaggio, pi alla partenza da Kampala, capitale della vicina Uganda, la compagnia aerea che doveva portarli in Uganda non li ha fatti salire: mancavano i visti per entrare nel paese dei tulipani. Alla file, con la Emirates, il volo è stato via Addis Abeba per Dubai, e da lì a Malpensa. «Ci ha colpito il freddo» dice David ancora imbacuccato nel suo piumino: e dire che per la stagione è tiepido. «Da noi fa sempre caldo». E sì che Aru è a 1300 metri di quota. L’accoglienza degli italiani ha poi impressionato positivamente il giovane africano. «Ci avevano detto in patria che gli europei sono freddi, non si salutano nemmeno fra loro, non sono ospitali. Abbiamo potuto verificare in Italia che non è così: tutti sono stati attenti, gentili e disponibili con noi. Poi l’ITC Tosi ci ha fatto un’ottima impressione, una scuola molto avanzata, i ragazzi sono sempre puntuali a lezione…» Ma quel che ha conquistato subito David e Felicité, che si stringe timida nel cappotto, è il cibo. «Certo che mangiate davvero bene voi italiani… pizza, patatine fritte, pasta». Se solo si potesse un giorno dire lo stesso del Congo, di tutta l’Africa.

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Pubblicato il 19 Novembre 2009
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