Lonate aspetta già i profughi

In paese alcuni sono convinti che "ci sono già duecento profughi" al campo militare: non è vero, ma la voce continua a circolare. Ma non tutti sono contrari: "Però bisogna accoglierli in modo dignitoso"

«Mi han detto che ce ne sono già duecento, là dentro». La verduraia all’inizio del paese è già in allarme, la voce passa subito ai clienti in fila davanti a cicoria, ravanelli, cipolle e prugne. A Lonate Pozzolo c’è agitazione per l’ipotesi di un campo per rifugiati da realizzare nell’ax campo militare "della promessa", al confine con Castano. Non solo dalla fruttivendola raccogliamo le voci (false, è ovvio) sui profughi già arrivati. Ma nel paese si trovano voci discordanti, tra chi è quasi terrorizzato e chi è disponibile ad accogliere i profughi purché «in modo dignitoso».

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Campo profughi a Lonate Pozzolo 4 di 22

In paese sono comparsi i giornalisti già da giorni. I primissimi inviati sono stati quelli di RadioPopolare, poi è sono arrivate le televisioni, i quotidiani nazionali. La nostra passeggiata inizia dalla fruttivendola che sta nella piazzetta all’inizio del paese, venendo da Castano: «Mi fa paura un po’ tutto l’insieme, non promettono bene, se scappano da là qualcosa avranno fatto» dice subito al titolare. «Ne abbiamo già tanti qua, sporcano, si azzuffano». E poi dice che qualcuno le ha detto che duecento di loro sono già dentro nel complesso militare. «Davvero? Ecco, siamo a posto», dice subito uno dei clienti presenti. Ieri hanno sfalciato un prato vicino al campo militare, ci sono in corso lavori dell’Anas: è bastato questo a far scattare una specie di psicosi.

In piazza molti si defilano, alcuni hanno appena risposto alla telecamera di un inviato, un assessore dice che ha già parlato il sindaco. Il giovane Federico Zonca dice che «Lonate ha già i suoi problemi» ed è dubbioso: «Quella gente dovranno pur mandarla da qualche parte, hanno due gambe e una testa come noi, hanno problemi nel loro Paese. Ma non so se noi siamo in grado di accoglierli. Dove poi?» All’altro angolo della piazza, davanti al bar, c’è Pompeo Iezzi, vestito con la tuta da lavoro. È fiducioso e non ha nessun timore: «No, le persone non mi fanno paura, ci saranno anche delinquenti, ma sono soprattutto persone che hanno solo fame. Sarebbero ora che facessero una rivoluzione contro i loro dittatori». Certo, si preoccupa anche per come verranno accolti, visto che «in quella zona militare ci ho fatto il militare 23 anni fa, ed era già messa male» (nella foto, com’è oggi) e ricorda che anche noi italiani abbiamo un passato non lontano di emigranti: «Mio padre è sto emigrante in Germania per 15 anni, so come ti trattano se sei immigrato».

Chiarezza chiede invece M.d.m. (non vuole essere citato per nome): «Ormai hanno deciso. Tutto sta nel vedere come sarà strutturato il campo: se li tratteranno come i nostri immigrati negli USA, messi in quarantena, può anche andare bene. Che la cosa sia circoscritta, che non possano uscire, che siano sorvegliati. Ma ci dicano parole chiare, regole chiare». E ritorna anche la lamentela sentita da altri: Lonate finisce sempre in mezzo, ma le decisioni sono prese altrove. «La stessa cosa è successa sulla terza pista, che si dica un no chiaro, ma davvero. Non voglio vedere cose come anni fa, gente che prima protesta contro, poi hanno preso i soldi, si sono spostati di 150 metri». In cambio della terza pista, propone «la riduzione delle tasse alle persone fisiche. Come ha promesso Berlusconi a Lampedusa». E così si ritorna a parlare dei profughi.
Filomena torna a casa con la spesa nei sacchetti: «è giusto aiutarli, ma poi tornino a casa loro, aiutiamoli a casa loro». Ed è preoccupata per la sicurezza. In fondo alla strada incontriamo l’ultimo lonatese, Giuseppe De Luca. Anche lui disponibile, ma dubbioso sul luogo: «Quella zona è disastrata. Se si deve aiutarli, creiamo una struttura dignitosa, dove possano mangiare, lavarsi, vivere dignitosamente. Oggi non mi sembra che il territorio offra una possibilità simile».
Ultima tappa, la trattoria rosa di fronte all’uscita della superstrada, a 150 metri dalla casermetta e dalle torri idriche del campo militare (foto sopra). «Se arrivano per noi è la fine. Già qui c’è da aver paura, siamo da soli. Se arrivano 5-600 di quelli là – dice l’Italina, in dialetto, da dietro il bancone – è la fine»

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Pubblicato il 31 Marzo 2011
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