Occupazione in provincia: poca e precaria
La Cgil lancia l’allarme lavoro: «La situazione è preoccupante». La cassa integrazione ha «bruciato» nei primi 8 mesi del 2011 l’equivalente di 17mila posti di lavoro
Il mercato finanziario parla un linguaggio difficile da comprendere, fatto di "ribassi", titoli azionari e "spread" sui buoni del tesoro, ma i dati dell’occupazione in provincia di Varese diffusi dalla Cgil riportano a nudo la concretezza della crisi economica sul territorio: una crisi fatta di padri e madri che rimangono senza lavoro, famiglie con mutui da pagare costrette a contratti part time e giovani ai quali spesso si apre come prospettiva l’orizzonte di un lavoro atipico, sottopagato e saltuario.
Il sindacato ha voluto far risuonare l’allarme dell’occupazione per tenere alta l’attenzione su una situazione del lavoro «preoccupante», il segretario provinciale Franco Stasi, insieme ad Antonio Ceraci e Gianfranmarco Martignoni della cgil, ha illustrato tutti i fronti aperti in provincia, in un momento in cui il paese sembra aver perso la guida «e basta vedere lo spettacolo indecente che stanno fornendo in questi giorni in Parlamento».
Due dati su tutti forniscono l’immagine del quadro a tinte fosche dipinto dalla Cgil: «la cassa integrazione ha “bruciato” nei primi 8 mesi del 2011 l’equivalente di 17mila posti di lavoro, il 6,2% del totale». E va ancora peggio se si guardano i dati della mobilità, «il totale dei lavoratori iscritti alla mobilità risulta essere di 4.095 dall’inizio dell’anno, il 7,3% in più rispetto all’anno scorso, e particolarmente preoccupante è l’esplosione dei licenziamenti nelle aziende sotto i 15 dipendenti che allo stato dei fatti è del 21% più alto di quanto registrato lo scorso anno».
Alla soglia del terzo anno di crisi economica la provincia di Varese arriva con la cifra record di 33.500 lavoratori che in questo periodo sono stati coinvolti da processi che hanno comportato l’utilizzo di ammortizzatori sociali. 8.613 dei quali iscritti alle liste di mobilità. Un referto destabilizzante soprattutto per il mondo della piccola e piccolissima impresa, tessuto vitale per l’economia del nostro territorio, che fotografa il perdurare di una crisi che sta strozzando queste piccole ma inestimabili realtà: «il manifatturiero è crollato del 50%, i servizi del 20% e costruzione e commercio del 14%. Imprese trasversali ai settori d’appartenenza hanno chiuso i battenti e mandato a casa gli operai e in troppi casi le pratiche dei fallimenti sono finiti sul tavolo della procura». Tra imprese in fallimento e concordati nei soli primi 6 mesi dell’anno si sono registrati 111 casi.
Una situazione migliore non appare dai dati dei centri per l’impiego: «nel secondo trimestre del 2011 il saldo tra avviamenti e cessazioni contrattuali torna in negativo di 1200 unità» (sono 24.419 i nuovi assunti contro 25.619 senza lavoro). E anche per i nuovi impieghi non sono tutte rose e fiori, «solo nel 20,7% dei casi si tratta di contratto a tempo indeterminato, il resto sono contratti atipici e precari».
E se qualche segnale di miglioramento aveva fatto ben sperare all’inizio di quest’anno, da settembre i dati sugli ammortizzatori sociali sono tornati a prendere una brutta piega, «fino ad agosto le ore di cassa ammontavano a 21,7 milioni, il 40% in meno, ma da settembre la situazione è tornata a peggiorare».
Ma a prescindere dagli ammortizzatori sociali, che servono attutire l’impatto della crisi, la realtà dei fatti traspare dai dati sulla disoccupazione reale «arrivata ormai al 5,3% contro il 3,5% del 2008, con punte del 7,2% per quanto riguarda l’occupazione femminile e del 21% per quella giovanile».
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