L’ultimo volo terreno dell’uomo con le ali
In tanti hanno raggiunto la chiesetta di San Quirico per salutare Oliviero Bellinzani, l'alpinista privo di una gamba morto su una montagna in Svizzera

L’uomo con le ali ha spiccato il suo ultimo volo terreno. Oliviero Bellinzani, l’alpinista 59enne deceduto venerdì scorso in Svizzera, è stato salutato da una folla di amici e parenti al termine del funerale celebrato nella chiesetta-santuario di San Quirico, a Brenta. Il luogo ideale, con la sua balconata che guarda verso la Valcuvia e il lago, per prendere la rincorsa verso il cielo, quel cielo che Oliviero ha accarezzato centinaia di volte in cima alle vette più disparate.
Imprese che sono state ricordate nel corso della celebrazione, cui hanno preso parte davvero in tanti, con le insegne delle diverse associazioni di amanti della montagna che spiccavano su giubbini, polo, felpe e via dicendo, con il Cai di Luino in prima fila. A parlare di Bellinzani e del suo modo di prendere di petto la vita – che nel ’77 gli riservò una brutta sorpresa: l’amputazione di una gamba, evento che paradossalmente lo spinse ancora di più sui sentieri e sulle vie ferrate – ci ha pensato la figlia Xania.
Voce rotta dall’emozione, occhi bagnati di lacrime, ma anche la capacità di sorridere nel raccontare alcuni episodi passati, è toccato a lei, al termine della messa, recitare la Preghiera dell’Alpinista, leggere una lettera di Giuseppe D’Avola (giovane compagno di Oliviero in oltre 70 ascese in montagna) e snocciolare i propri ricordi. Commozione su commozione, quando la sua voce ha lasciato il posto alle note di “Signore delle cime”, il canto-preghiera per i caduti in montagna sussurrato da tutti i presenti, in accompagnamento al coro.
Tanti i riferimenti all’attività alpinistica di Bellinzani: “Qui con noi abbiamo tre oggetti simbolo come la corda, l’elmetto e la picozza – ha sottolineato il sacerdote – strumenti con cui Oliviero ci affida la sua grande eredità, la sua lezione di vita. La fune in particolare è formata da molti fili intrecciati con al centro un cavo che fa da anima: quest’ultima è la fede in Dio, i fili sono le relazioni umane. Magari qualcuna si rompe nel corso del tempo, ma tutte le altre reggono”. E ancora la figlia Xania ha voluto ricordare l’atto di umiltà di “papà Oli”: “Le tue impresa non sono state improntate alla fama: non è un caso se spesso sceglievi certe cime dimenticate da tutti al posto di vie più famose. Ogni vetta conquistata è stata un atto da offrire all’umanità intera, la dimostrazione che passo dopo passo si può arrivare dappertutto”.
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