Mangiare cibo scaduto è un dovere civile
Una piccola catena di supermercati danese vende prodotti in prossimità della scadenza, brutti o fuori stagione: la clientela non è solo di meno abbienti ma di persone che lottano davvero contro lo spreco alimentare. L'articolo di Simone Gambirasio
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Legge contro lo spreco alimentare, oggi è il giorno della verità. La nuova regolamentazione che mira a combattere lo spreco alimentare, la cui prima firma è quella di Maria Chiara Gadda, parlamentare di Fagnano Olona eletta con il PD, sarà votata tra oggi, mercoledì 16 marzo e domani.(qui l’intervista).
Ad integrazione di un interessante, e complesso dibattito, pubblichiamo l’articolo del collega di Yahoo Simone Gambirasio che tratta di un altro aspetto dello “spreco alimentare”: per quale motivo i supermercati gettano cibo subito dopo la scadenza, cibo che certo non nuoce alla salute? Perché non rendere possibile la vendita e il consumo di prodotti appena dopo la scadenza?
Il titolo del suo articolo, che qui vi riproponiamo integralmente, è una intelligente provocazione “Mangiare cibo scaduto è un dovere civile”
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Il piccolo supermercato danese WeFood vende prodotti che in altri supermercati butterebbero: prossimi alla scadenza, brutti (frutta ammaccata o poco lucida), fuori stagione (il classico uovo di Pasqua dopo Pasqua). Il tutto a prezzo ovviamente ridotto, anche del 50%. L’iniziativa è un successo, con file di clienti che ogni giorno si accalcano nel piccolo negozio di Copenaghen.
Il concetto non è nuovo: esistono già in tutto il mondo mercati per “poveri”, che rivendono a chi ha estremo bisogno prodotti non più adatti a superstore “patinati”. La differenza è che WeFood non si rivolge ai poveri, ma a un pubblico generalista e semplicemente coscienzioso.
Poi, ovviamente, nessuno potrà mai sapere se l’ideologia di WeFood sia solo un alibi, per non far “vergognare” i clienti che non metterebbero mai piedi in un discount. Quel che conta è che l’aspetto “civile” del consumare cibo in scadenza ha sicuramente qualcosa di autentico.
Ci riempiamo la bocca (e le borse) di biologico, vegano, chilometro zero e sistemi di distribuzione alternativi. Nel 2015 NaturaSì, la catena di supermercati bio più nota in Italia, ha superato i 300 milioni di euro di bilancio consolidato. Tutto questo quando la soluzione più immediata sarebbe quella di attaccare il limite più forte dell’attuale sistema distributivo: lo spreco.
Solo in Italia finiscono nella spazzatura 13 miliardi di euro all’anno per lo spreco alimentare, calcolando solo quello che buttiamo via dalle abitazioni, nemmeno considerando i rifiuti dei supermarket. Catene come WeFood possono farci pensare di più, senza fare dispensa e accumulare senza necessità, ma con senso critico: iniziando ad acquistare solo quello che consumeremo effettivamente. Niente contro le catene bio, chilometro zero è così via, ma queste spesso hanno prezzi proibitivi, ripulendo solo la coscienza dei consumatori di fascia medio-alta. Soluzioni come questa, invece, possono inserirsi nell’economia domestica anche e soprattutto delle famiglie meno abbienti.
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