Non solo schiaffi: quando la violenza è discriminazione e ricatto
Sono 359 i casi di discriminazioni e molestie denunciati dalle lavoratrici nel 2015 alla Consigliera di parità della Provincia di Varese

Le storie tragiche delle donne picchiate, violentate o uccise dagli uomini che dicono di amarle si “guadagnano” sempre, drammaticamente, qualche colonna sulle pagine dei giornali e dunque si fanno vedere e ascoltare. Ma c’è un’altra più sottile forma di violenza che migliaia di donne vivono quotidianamente, quasi sempre nel silenzio e nella paura.
Una violenza che non lascia segni sul corpo ma che, ugualmente, ha effetti devastanti sulla vita delle donne. Questa violenza, quotidiana, è uno stillicidio che si chiama discriminazione e che ha nei luoghi di lavoro il suo habitat naturale. Un fenomeno diffuso da sempre, che spesso si sposa con quello, ancora più bieco, delle molestie sessuali e del ricatto.
Lo racconta bene Luisa Cortese, dal 2011 Consigliera di parità della Provincia di Varese.
“In questi quattro anni ho visto crescere la conspevolezza delle donne per quanto riguarda la violenza fisica e psicologica nel rapporto di coppia – dice – ma anche peggiorare enormemente la situazione delle molestie e delle discriminazioni sul posto di lavoro. Non solo perché è cambiata la normativa e il reato da penale è diventato amministrativo. Oggi chi viene riconosciuto colpevole di discriminazione di genere sul posto di lavoro se la cava con una sanzione da 5mila a 10mila euro. Il dato drammatico è che le donne sempre più spesso vivono in silenzio queste situazioni, perché hanno paura di perdere il posto di lavoro“. Una paura che con la crisi economica si è fatta più pesante, e che diventa totale quando il reddito della donna è l’unico che entra nel bilancio familiare.
I dati che fornisce Luisa Cortese aiutano a capire quanto il fenomeno sia diffuso: solo nel 2015 sono stati 359 i casi riguardanti donne arrivati sul tavolo della Consigliera di parità. Se la regola è il silenzio e le donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi sono l’eccezione, è facile ipotizzare che siano migliaia in provincia di Varese le donne che affrontano quotidianamente discriminazioni e soprusi sul posto di lavoro.
“Non è quasi mai violenza fisica – prosegue la consigliera di parità – in questi quattro anni ricordo solo due casi di violenza vera e propria. E’ una violenza diversa, è intimidazione, ricatto, un meccanismo per stritolarti a livello piscologico e costringerti a dare le dimissioni“.
Si tratta a volte di situazioni di molestie sessuali, in cui è la vittima e quasi mai il molestatore, a dover lasciare il lavoro, ma più spesso queste situazioni sono “funzionali” e coincidono con il rientro delle lavoratrici dalla maternità: “I casi riguardano per la maggior parte donne dai 26 ai 35 anni, l’età in cui si diventa mamme – spiega la Consigliera di parità – Prima si andava bene, dopo la maternità si viene messe in discussione, stressate e discriminate fino a costringerti a lasciare il posto di lavoro”.
Una situazione così grave e diffusa che proprio pochi mesi fa ha convinto l’Unione industriali di Varese e i sindacati dei lavoratori, con la mediazione della Consigliera di parità, a firmare un protocollo d’intesa per un tavolo di monitoraggio, che dà applicazione a livello locale ai contenuti dell’accordo sottoscritto a inizio anno a livello nazionale da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, che a sua volta dava applicazione in Italia all’ “Accordo quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro” siglato a livello continentale dalla parti sociali europee.
Un passo avanti verso la tutela e la dignità delle lavoratrici che subiscono discriminazioni e violenze, ma che ancora non basta a far emergere e a contrastare questo fenomeno.
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