“Io, miracolata, cerco i miei angeli”
Anna Prandoni, scrittrice e giornalista di Busto, coinvolta in uno spaventoso incidente in autostrada, racconta cosa succede quando si è protagonisti di un fatto di cronaca, e chiede di conoscere i suoi soccorritori

(foto di repertorio)
Pubblichiamo la lettera di Anna Prandoni, scrittrice e giornalista di Busto Arsizio, molto nota ai lettori di Varesenews, tra l’altro perchè responsabile della sezione Glocal Cibo del nostro festival Glocalnews, che è stata coinvolta in uno spaventoso – ma fortunatamente con conseguenze non gravi – incidente in autostrada nella notte tra il 16 e il 17 gennaio. Anna ha messo la sua sensibilità giornalistica per raccontare cosa succede quando si è protagonisti di un fatto di cronaca, e per cercare, soprattutto, i suoi meravigliosi soccorritori.
Riuscirà la comunità di Varesenews nell’intento?
Forse l’avrete letto anche voi. Ribaltamento tra due auto in A8, tra Origgio e Legnano, la notte tra lunedì e martedì scorso.
‘Miracolati’ i superstiti, usciti illesi dalle lamiere contorte.
Sì, c’era scritto proprio così.
Quando lo leggi per sbaglio, tra una notizia e l’altra, ci fai caso fino ad un certo punto.
Quando tra i miracolati ci sei anche tu, le parole diventano macigni. Le foto della tua auto cappottata e ridotta ad una polpetta sono un pugno nello stomaco.
E se quei generici ‘donna di 41 anni e uomo di 50’ si personificano in te e tuo marito, l’impressione che fa quell’articolo è mostruosa.
Detto questo, dalle ‘lamiere contorte’ siamo usciti con le nostre gambe. Abbiamo chiamato il 118.
E da lì in avanti è stata pura emozione.
Perché dopo avere pensato per un tempo eterno, con l’auto ribaltata che sfregava contro l’asfalto per 300 metri, scintille negli occhi e odore di lamiere bruciate nel naso, ‘questa è la fine della nostra vita, stanno per spegnere l’interruttore’, incontrare i soccorritori è un’esperienza meravigliosa.
Dopo essere stati aiutati da tanti automobilisti, ricordo bene due ragazzi inglesi (quando sono riuscita a rispondere alle loro domande ho capito che la mia testa ragionava ancora) e un tassista di Lainate (o era Linate?) che nel buio e con le luci blu e gialle che mi vorticavano negli occhi mi hanno aiutata ad alzarmi da terra, hanno recuperato la mia borsa da dentro l’auto e me l’hanno messa tra le mani, mi hanno abbracciata per portarmi al sicuro nella corsia d’emergenza, si sono dispiaciuti per non aver trovato la mia scarpa.
E poi è arrivato lui, Roberto. Insieme al medico e ai ragazzi dell’ambulanza è stata la mia luce. Il faro che mi ha regalato attimi di pura empatia.
Dopo tutta quella paura, avevo solo due pensieri, quelli che probabilmente mi hanno permesso di stare calma: devo ricordarmi tutto perché voglio scriverlo, e voglio ricordarmi i nomi di queste persone perché le voglio ringraziare.
E accidenti, i nomi io non me li ricordo. Ci ho provato, ma Roberto e Ines a parte, gli altri non li ricordo. Ma spero che leggeranno, e che si riconoscano. Perché dir loro grazie non basta. Ma vorrei cominciare da qui.
Quello che succede in quegli attimi è puro amore incondizionato: uomini che salvano altri uomini, a prescindere da tutto. Occhi così appassionati, sinceri, pazienti. Risposte sempre serene, rassicuranti, anche alla trentesima domanda identica ‘come sto?’.
Immobilizzata per nove ore sul lettino del pronto soccorso di Niguarda (dove altri uomini e donne splendidi si sono presi cura di noi), guardando un soffitto bianco con una crepa e tre fori a distanza irregolare, ho pensato a lungo a quale aggettivo descrivesse meglio la loro umanità.
E la parola che ho pensato è ‘elegante’.
Perché sono cortesi, rispettosi, ma allo stesso tempo per quei brevi attimi che abbiamo passato insieme mi hanno fatta sentire loro sorella, di più, loro figlia. Quell’affetto incondizionato e assoluto, quel dono di assistenza, quel ‘prendersi cura’ in maniera assolutamente sincera rimarrà con me per sempre. Senza perdere quell’ottimismo e un pizzico di misurata ironia che riesce a farti sorridere nonostante l’orrore che stai vivendo.
Posso solo dir loro grazie a distanza, anche se confesso che mi piacerebbe poterlo fare dal vivo. Se qualcuno li conosce e vuole mandare il mio messaggio nella bottiglia, ve ne sarò grata.
A loro va la mia infinita riconoscenza: non potrò mai essere per loro quello che loro sono stati per me, ma vorrei contribuire a renderli fieri del magnifico lavoro che compiono ogni giorno per tutti noi.
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Circa 40 anni fa anch’io sono rimasto vittima di un brutto incidente in autostrada: mi ricordo come se fosse oggi che l’auto che mi precedeva ha frenato, ma non si sono accese le luci dei freni. Io mi trovavo abbastanza distante ed ho cominciato a rallentare, ma a causa della presenza di aria nel circuito dei freni, ha frenato solo una ruota anteriore: istintivamente ho girato il volante verso destra per poter proseguire diritto, ma non appena ho leggermente diminuito la pressione sul pedale……..
del freno, la mia auto ha sterzato sulla destra, uscendo di strada e capottandosi più volte. Fortunatamente ne sono uscito solo con un piccolo graffio sulla tempia sinistra. Mi ricordo che, di fronte all’ineluttabilità del destino, non ho avuto paura di morire, ma questo incidente mi ha reso particolarmente sensibile alla necessità di guidare un’auto in perfette condizioni meccaniche e di essere sempre molto attento durante la guida.
Nel mio caso, l’incidente è stato causato dalla concomitanza di due guasti meccanici., ma spesso mi rendo conto che tantissima gente non sa guidare in autostrada, non usa le frecce e non guarda nello specchietto retrovisore. Nel suo caso, si ricorda come è nato l’incidente?