«Non voglio risarcimenti, ma solo giustizia per mia figlia»
Nido e maltrattamenti: parla la mamma che ha fatto la segnalazione ai carabinieri. Con lei anche una giovane tirocinante

È il fratello più grande di una bimba di due anni che ancora non si esprime, ad aver messo in allarme mamma Serena, 30 anni, un compagno e una vita di corsa per arrivare a timbrare il cartellino. Ma sono i tempi della famiglia, con i bambini piccoli a cui devi trovare un posto dove andare: chiedi, vai a vedere, ma alla fine ti devi fidare delle strutture, delle persone a cui li lasci. Lei, assieme ad un’altra mamma e ad una giovane tirocinante del nido di Gavirate ora chiuso per maltrattamenti, è tra le prime persone andate dai carabinieri per segnalare che qualcosa in quell’asilo non andava.
«Una sera a metà gennaio diamo l’antibiotico a mia figlia piccola, di nemmeno due anni, che era iscritta al nido “Imparare è un gioco” – racconta Serena, di Gavirate . C’è anche il più grande dei miei figli, anche lui l’anno scorso andava lì, ora ha 4 anni e va alla materna. Vede che la sorellina non vuole prendere la medicina e che io e il mio compagno cerchiamo in tutti i modi di farle aprire la bocca. Ci guarda e dice: “È come all’asilo, come fanno con gli altri bimbi per farli mangiare”. A quel punto mi viene un sospetto, anche perché qualche giorno prima anche lui è stato al nido, col servizio “baby parking” perché la materna era chiusa. C’è stato per due, tre giorni e poi non ha più voluto rimanerci, senza dare spiegazioni».
Serena a quel punto si insospettisce ulteriormente e racconta il fatto ad un amico carabiniere che le dà un consiglio: confrontati con altre mamme. «Ma è difficile incontrare altre mamme in questi nidi privati perché non ci sono orari di ingresso fissi, né gruppi whatsapp dove fare qualche domanda: porti tuo figlio e stop, lo vai a riprendere e può accadere di non incontrare nessun altro genitore».
Passa qualche tempo e si verifica un episodio che forse fa scattare l’inchiesta. «Un giorno alle 16 vado a perdere la piccola e riconosco il suo pianto – racconta la mamma – . Arrivo al nido e vedo che sta in braccio ad una giovane collaboratrice. Ha un segno rosso sulla guancia, io chiedo spiegazioni e mi viene detto dalla ragazza – appena arrivata nella struttura – che pochi minuti prima mia figlia era con la direttrice. Allora chiamo questa persona che sento parlottare con la cuoca, e mi dà una risposta di circostanza. Lì mi è scattata la molla, era venerdì e richiamo l’amico carabiniere che mi dice: “Osserva tua figlia quando la riporti, lunedì. Magari qualche segnale la piccola te lo trasmette”».
Infatti a inizio settimana la bambina si aggrappa al collo della madre: non vuole entrare all’asilo. C’è una tirocinante a cui Serena chiede spiegazioni, e lei ammette che lì qualcosa stava succedendo. «Le ho detto: “Dimmi cosa accade qua dentro, mio figlio dice che fanno mangiare i bambini a forza”. L’ho avvisata subito che sarei andata dai carabinieri quel pomeriggio stesso. È venuta anche lei e abbiamo fatto la segnalazione ai militari di Besozzo, che ringrazio per la professionalità dimostrata».
Nei giorni a seguire questa mamma ritira da scuola sua figlia: siamo al 5 febbraio. I militari operano d’ufficio, mettendo le telecamere ed attivando l’azione penale che ha portato alle misure cautelari.
In questi giorni i genitori si stanno organizzando per denunciare. Alcuni hanno contattato i pediatri, coi quali stanno concordando un eventuale percorso di sostegno psicologico.
Tra loro c’è anche Serena: «Non voglio risarcimenti, ma solo che venga fatto un processo. E che venga applicata fino in fondo la pena».
Ieri pomeriggio Varesenews ha cercato di contattare il difensore della persona arrestata, che non ha risposto. Nel corso della trasmissione “Pomeriggio Cinque” la conduttrice, Barbara D’Urso ha letto una dichiarazione attribuita alla direttrice del nido agli arresti domiciliari: «So di aver sbagliato e sono mortificata. Ma il mio era un metodo educativo se pur ora mi rendo conto di aver esagerato. Non certo maltrattamenti ai bambini da reato penale».
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