Giuseppe Zamberletti riposerà di fianco a Domenichino, il fratello che tutti vogliono santo
La storia di Domeinichino Zamberletti, fratello minore del padre della protezione civile, morto a 13 anni di leucemia e da molti considerato beato

Le sue spoglie saranno tumulate nel piccolo e panoramico cimitero del Sacro Monte di Varese, dove la famiglia Zamberletti ha vissuto, dove i genitori di Giuseppe avevano un albergo – il CampoNovo, tornato da pochi anni alla attività di luogo pubblico – e dove riposa anche un bimbo che molti vorrebbero santo: il suo fratello più piccolo, Domenichino.
Domenico Zamberletti, classe 1936, era l’ultimo dei tre fratelli- Giuseppe era nato nel 1933 – e quello che più mostrava una vocazione diversa da quella del ristoratore: chierichetto fin dalla più tenera età, a 9 anni divenne addirittura organista ufficiale del Santuario.
Terminata la quinta elementare, Domenichino si iscrisse a Varese come esterno nel collegio dei Salesiani per frequentare – dall’ottobre 1947 − la scuola media. Espresse anche il desiderio di diventare sacerdote, se quella fosse stata la volontà di Dio. Spesso, durante l’intervallo, si assentava dal cortile, solo o con qualche amico, per recarsi in cappella a far visita a Gesù.
Ma la vita aveva per lui un altro obiettivo: Ai primi di gennaio del 1949, Domenichino ebbe ripetuti malesseri, dolori alle ossa e febbre alta che lo costrinsero più volte a lasciare la scuola per sottoporsi a esami e cure mediche. la sua era una rara forma di leucemia, al tempo del tutti incurabile.
Verso la fine di maggio del 1950 la malattia di Domenichino peggiorò decisamente e alle 16 del 29 maggio spirò, fra enormi dolori ma sempre presente e lucido, tanto che si dice che le ultime sue parole furono «Mamma mi viene incontro la Madonna!».
Ora la sua tomba è luogo di devozione, i chierichetti l’hanno eletto a loro protettore, ad Acireale un istituto porta il suo nome. Ma la sua situazione, tra i beati e i santi, non va oltre la definizione di “Servo di Dio” un passo al di sotto di beato. Il suo processo di canonizzazione ebbe infatti un brusco stop, chiesto dall ‘Arcivescovo Colombo ma voluto dagli stessi genitori: che non se la sentirono di mandare tutti i suoi oggetti in Sicilia, dove stava iniziando il percorso.
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