Vito Romaniello ha sconfitto il virus: “È stata una prova devastante”
Giornalista sportivo, molto popolare a Varese, è uscito dalla terapia intensiva dopo 4 settimane di intubazione. Ad aiutarlo a sopportare tutto i suoi sogni di futuro

« Ogni influenza l’ho sempre affrontata con due bicchieri di grappa e una bella dormita. Ma l’ultima volta non è bastato. Così ho chiamato l’ambulanza e sono andato in ospedale».
È iniziata così, il 9 marzo, la battaglia di Vito Romaniello contro il Covid. Giornalista dell’Agenzia LaPresse, con un lungo passato in città a Rete 55 e poi incarichi che lo hanno portato a Milano e in tutt’Italia: « Quando sono arrivato al Circolo e ho scoperto di essere positivo volevo tornarmene a casa. È stato un medico anestesista, mio amico, a convincermi a rimanere. Da lì, sono stato quasi immediatamente portato in terapia intensiva e intubato per 4 settimane».
Ora Vito da una decina di giorni è nel reparto di pneumologia “covid negativo”, ha vinto il virus al termine di una battaglia difficile: « È stata davvero una prova difficile e devastante. Fortunatamente ho incontrato delle vere eccellenze. Il professor Severgnini non ha mai mollato con me e mi ha salvato. Ora mi ha chiesto di condividere la mia cartella clinica con la comunità scientifica perchè ho una storia importante. E, dato il mio ego, potevo dire di no? Voglio essere protagonista nella ricerca!».
Vito è ancora ricoverato, la strada è lunga: « Quando mi hanno portato in reparto ero un pezzo di legno. Ora ho recuperato al 50% la funzionalità muscolare. C’è bisogno ancora di tempo, non ho fretta. La mia fortuna è di avere una testa che non si ferma: infatti sto progettando il ritorno. Prima di questo maledetto virus, avevo un sacco di idee che dovevo concretizzare. E sono stati proprio i miei sogni di futuro a riempire le mie giornate quando ero intubato e sedato: mi sono visto anche al fianco di Cannavacciuolo in uno dei miei tanti progetti su cibo, turismo e football ».
L’esperienza, però, ha prodotto un solco: « Io credo di essere una persona “caciarona”, che si muove tanto e in modo magari un po’ rumoroso. Ma so di essere una persona semplice, che magari ha sbagliato ma sempre in buona fede. Questa malattia mi ha fatto capire cosa voglio, le mie priorità che sono innanzitutto la mia famiglia e gli amici, ma quelli veri. E poi il lavoro. Ho ricevuto talmente tante manifestazioni di stima da tutt’Italia che proprio non credevo. Mi ha meravigliato tanto affetto. Ecco, voglio ricominciare dai miei affetti e dal lavoro che mi piace».
Moglie e figli non li ha ancora “videochiamati” ma sentiti al telefono sì: « Temevo più di tutto di aver contagiato mia moglie, ma lei si è dimostrata una donna molto forte. E così i miei ragazzi: mia figlia mi ha fatto da ufficio stampa, diramando ogni sera sui diversi gruppi whatsapp il bollettino medico. Un vero gioco di squadra».
Vito rimarrà “quello della pizza”: il giorno di Pasqua, ancora in terapia intensiva, ha festeggiato a pizza e birra: « Mi avevano offerto la lasagna… ma io avevo necessità di pizza. E sono stato accontentato. Ho trovato gente splendida: medici, infermieri, personale ausiliario. Soprattutto gli infermieri, i veri eroi. Quando sono uscito dalla terapia intensiva, attraversando il lungo corridoio il personale si è messo in fila per salutarmi. È venuto anche chi non era di turno. Poi mi sono girato a sinistra, per salutare i pazienti ancora ricoverati e ho gridato loro: « Muovete il “culo” che vi aspetto di sopra. E loro hanno risposto alzando le braccia, quel poco che potevano».
Vito si prepara a tornare in campo, dopo aver sconfitto il suo pericoloso nemico.
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