“Un test sierologio da Terzo Mondo”
La testimonianza di una nostra lettrice, insegnante, che oggi è andata a fare il test sierologico nella struttura allestita in via Monte Generoso. Ecco cosa succede se piove

Riportiamo la testimonianza di una nostra lettrice, insegnante, che oggi è andata a fare il test sierologico nella struttura allestita in via Monte Generoso. Ecco cosa succede se piove
Egregio Direttore,
da brava insegnante stamani alle 9.50 mi sono recata a fare il test sierologico COVID, sotto i tendoni allestiti dall’ASL nel parcheggio di via Monte Generoso. Il test è stato prontamente fatto, poi mi è stato detto di attendere 20 minuti per l’esito: se negativo avrei potuto andare a casa, altrimenti sarei stata sottoposta a tampone.
Per l’attesa l’ASL aveva predisposto due gazebo bianchi, del tipo che usano per la raccolta fondi, dimensione tre metri per tre. Dopo pochi minuti è iniziato a piovere. I test venivano fatti a ritmo serrato, mentre i risultati non arrivavano, per cui sempre più persone in attesa si ammassavano sotto i gazebo per ripararsi dalla pioggia. Quaranta persone ammassate il 18 metri quadri, alla faccia del distanziamento sociale! Presto la pioggia si è trasformata in un intenso temporale e rivoli d’acqua hanno iniziato a scorrere sotto il gazebo, trasformando il terreno sterrato del parcheggio in fango. Oltretutto tra i due gazebo, che erano soltanto accostati, l’acqua filtrava e pioveva abbondantemente dentro.
Alle 10.40, dopo 45 minuti di attesa in piedi, dal momento che erano presenti solo pochissime sedie, è arrivata una persona che, urlando per farsi sentire tra il rumore della pioggia ed il vocio dei numerosi presenti, ha letto i numeri di chi risultava negativo e quindi avrebbe potuto andarsene. Ovviamente io non c’ero. I numeri venivano letti a caso, 70, 50, 110, 40, senza un ordine logico, per cui persone che avevano fatto il test dopo andavano a casa prima e viceversa. Alle 10.45, dopo 50 minuti di attesa, esasperata sono andata a chiedere lumi e, barcamenandosi tra fogli sparsi con numeri a casaccio, l’infermiere è finalmente riuscito a risalire al mio test, dicendomi che avrei potuto andare.
Insomma, la disorganizzazione più totale. Se avessi immaginato prima una situazione tanto grottesca avrei fatto il test a mie spese in un laboratorio, piuttosto che essere trattata come un profugo del terzo mondo. E’ questo il trattamento che si meritano i cittadini e gli onesti lavoratori che pagano le tasse? Tutti sappiamo che Varese è una città piovosa e che alla fine di agosto il tempo si guasta, non si può fare 1 test al minuto e leggere i risultati dopo un’ora, lasciando i pazienti ad aspettare accampati alla bell’e meglio, coi piedi a mollo, senza predisporre adeguati luoghi con adeguato distanziamento.
E chi si comporta così è proprio l’ente che dovrebbe curarci: non ho parole!
Marcella Morellini
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