Due ore nel treno fermo tra le stazioni: “Ci ha salvati solo una chiamata alle autorità”
Ci sono voluti sindaco e protezione civile per sbloccare una situazione che stava diventando incresciosa, nella stazione di Varese della linea Milano - Laveno
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(foto di repertorio)
“Ho impiegato 9 ore per tornare a casa, due delle quali sono rimasta letteralmente imprigionata in un treno”: E’ un racconto surreale quello di Roberta, pendolare di Brenta che lavora in uno studio legale a Varese, nel giorno di venerdì 4 dicembre.
La sua odissea comincia alle tre di pomeriggio: «Sono uscita presto dal lavoro, perchè già nevicava da tante ore e sospettavo che col passare del pomeriggio le cose sarebbero peggiorate: un treno era già stato soppresso, ho voluto cercare di evitare i problemi» Comincia a raccontare Roberta. «Arrivata alla stazione Nord, però, mi sono trovata in una situazione già difficile: c’erano persone che attendevano già dall’una».
I pendolari più in difficoltà erano quelli che dovevano andare verso Laveno, ma anche verso Milano stavano cominciando ad avere grossi problemi: «Il problema era che non sapevamo niente: all’inizio qualche annuncio automatico di cancellazione dei treni, poi nient’altro».
Dopo un paio d’ore centinaia di persone, anche in arrivo da altre stazioni, si stavano accumulando alle Nord: «Tra l’altro molti di noi stavano all’esterno, perchè la sala d’attesa è piccola e c’era il distanziamento Covid da tenere» spiega.
Per cercare di tornare a casa, cominciano a domandare aiuto a chiunque lavorasse li: «Ma non abbiamo mai ricevuto risposte ragionevoli: le uniche informazioni riuscivamo a riceverle da altri pendolari che ci avvertivano delle soppressioni in altre stazioni».
A un certo punto la situazione sembra sbloccarsi: «Alle 18.25 ci dicono che parte un treno per Laveno che fa tutte le fermate. Ci dirigiamo tutti verso le carrozze, saliamo e pensiamo che è finita. Ma prima ancora della stazione di Casbeno il treno si ferma e non si muove più. Dopo mezz’ora di attesa senza capire, arriva una comunicazione dalla cabina che ci spiega: “C’è una pianta sui binari, non possiamo procedere. Stiamo aspettiamo l’ok per tornare a Varese Nord”. Non era una bella notizia, però almeno sembrava quasi finita quella sosta incomprensibile. E invece è durata due ore, senza poter scendere e senza poter fare altro. Sempre più nervosi, ci siamo attaccati ai telefoni. Abbiamo chiesto al 112, alla Questura, a chiunque: ma ci dicevano tutti che la situazione non era di loro competenza».
«A un certo punto decido di attaccarmi al telefono anch’io – continua Roberta – Chiamo l’avvocato per cui lavoro, e le chiedo consiglio: “Chi possiamo chiamare per sbloccare la situazione? Chi ci può ascoltare?” lei mi risponde che può provare a contattare il sindaco, di cui aveva i riferimenti, visto che quello che stavamo vivendo accadeva nel suo comune. Poco dopo il sindaco mi richiamava, chiedendomi cosa stava succedendo e dicendomi che avrebbe provato a sbloccare la situazione. E dieci minuti dopo il macchinista ha ricevuto l’ok per tornare indietro».
Alla stazione, ad aspettarli «C’erano il sindaco e la protezione civile. Ci hanno dato qualcosa di caldo da bere, dopo due ore chiusi nel treno, e poi hanno organizzato un autobus che facesse tappa da Varese a Laveno. Sono stati fortunatamente risolutivi, in una giornata davvero da dimenticare. Alla fine sono arrivata a casa alle dieci e mezza di sera, ma almeno ci sono arrivata».
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