La morte di un padre

Ci accorgiamo degli eroi solo quando muoiono. È cosi anche per le persone che ci vivono accanto delle quali comprendiamo il valore solo quando le abbiamo perdute: solo quando è troppo tardi per esprimere la nostra riconoscenza.

papa figlio festa

Ci accorgiamo degli eroi solo quando muoiono. È cosi anche per le persone che ci vivono accanto delle quali comprendiamo il valore solo quando le abbiamo perdute: solo quando è troppo tardi per esprimere la nostra riconoscenza.
Passiamo la vita ad inseguire fantasmi: la carriera, il denaro, il potere sono le mete più ambite; chi può permetterselo arriva a comperare la stima e l’amore e così non ci accorgiamo neppure della gioia che si nasconde nelle piccole cose di ogni giorno.
Poi, all’improvviso, arriva la morte che mette a nudo le nostre coscienze spogliandoci dell’eternità e dell’abito sfarzoso che indossavamo al cospetto degli altri.
Riflettevo su queste cose mentre mio padre moriva…mentre i suoi occhi si chiudevano alle stagioni della vita e a quel semplice mondo familiare a cui aveva regalato serenità e saggezza. Gli stringevo la mano: una mano gonfia e tremante, troppo diversa da quella che mi accarezzava la sera quand’ero bambino; la mano che per prima mi accompagnò sulla riva del mare e che cercavo sempre nelle notti inquiete.
Ora la sua stretta sera dolce…inguaribile; nella penombra i suoi begli occhi splendevano, quasi a invitarmi a rivivere la nostra storia e i momenti felici trascorsi con lui.
Mi rivedevo bambino in piazza Beccaria alla punzonatura di un’antica “Tre Valli” : Coppi, Bartali, Kublet…ad uno ad uno mi indicava i campioni dell’epoca, ripensavo alla sirena dell’Aermacchi e a come correvo ad attenderlo sulla strada del ritorno dal lavoro. In pochi attimi ricordavo i presepi costruiti insieme e le storie incredibili di un Babbo Natale che sbarcava da una nave del golfo di Manfredonia per portare ai bambini noci, torroni e fichi secchi. Ma in quei momenti evocavo soprattutto la sua bontà e il senso dell’onore che traspariva dai discorsi più veri. Parlando dell’esistenza mi disse un giorno che noi siamo al mondo per dare qualcosa agli altri; mi rivelò di creature avvolte nell’ombra che danno agli altri tutti i loro averi, fino ad arrivare spoglie alla morte.
Queste creature, che vivono della gioia degli altri, non hanno paura della fine, perché, proprio nella morte, ritrovano tutto il bene donato nel corso della vita. Mio padre aveva conseguito solo la licenza elementare: ho sempre però pensato che conoscesse il segreto della vita. Ora la lasciava…avevo paura della morte, ma, per la prima volta, desideravo andarmene al suo posto. Era troppo buono, troppo felice con noi : sentivo nascere una pena sconfinata per il dolore che c’era nel suo respiro e per l’evento sovrumano, più grande di ogni volontà, che stava per compiersi. Ricordai che in tanti anni lo avevo amato in silenzio : senza un abbraccio, senza una parola; ora mi pentivo di non avergli mai aperto le strade del mio cuore. “Papà…vorrei dirti una cosa…una cosa che non ho mai avuto il coraggio di dirti…” gli dissi sottovoce. “Dimmi…Pesce d’Oro…”.
Non avevo mai pianto in tanti anni: neppure nei momenti più cupi. Pur di non rattristarlo avevo sempre finto di essere felice. Ora non ci riuscivo: quel nome con cui mi chiamava quand’era bambino, quel nome dimenticato fra le pieghe del tempo ora, come un nodo, mi stringeva la gola. “Papà…ti voglio bene”. “Lo so – rispose – tutti mi volete bene…”
Quindi, fissandomi, con le ultime forze mi strinse la mano. Avrei voluto abbracciarlo ma sentivo che non dovevo andare oltre, per non rendere inutilmente penoso ciò che era già stato scritto nel grande libro dell’Infinito. Rimanemmo così, in silenzio, mentre una grande pace avvolgeva le cose: come in un sogno tornavamo insieme lungo le meravigliose spiagge dell’infanzia. Lo vedevo allontanarsi come una barca solitaria dalle rive della vita: una vita che dovevo amare ancora, nel ricordo di quel candido veliero che era stato per me.

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Pubblicato il 03 Settembre 2023
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