Il Maestro di yoga
di Abramo Vane
E mi ero iscritto a un corso di yoga, e non chiedetemi perché, a quei tempi avrei detto per puro caso, uno dei tanti che capitano, poi ho scoperto che il caso non esiste e adesso so il perché di quella scelta, solo che è una cosa mia e non credo ve ne importi… e a me piacevano quelle posizioni del corpo, ma non sopportavo la lentezza dei movimenti, i pensieri volevano correre, vivere tutta la vita che c’era da vivere, non perderne nemmeno un pezzo, e per questo erano un poco nevrotici, avevano paura che qualcosa sfuggisse, che rimanesse intentato, e gridavano, urlavano che non era quella la vita… e per la prima volta li vedevo davanti a me, con le loro moine, la loro conclamata libertà, e li osservavo per quello che erano, e non portavano da nessuna parte, e tutto quello che facevano era inutile, andavano dietro alle illusioni, imbesuiti dalle mode del mondo… e a me non piaceva ammetterlo, però erano proprio i miei pensieri, stupidi per come si comportavano, non si distinguevano dalla massa, volevano essere unici ed erano come tutti gli altri… e il Maestro, fra una posizione e l’altra, leggeva testi della tradizione yoga, e così un po’ alla volta i pensieri acquisirono la forza di cambiare, e si fermarono a osservare, a cercare le cose essenziali, quelle che non cambiano con il vento perché sono loro il vento, e se prima ridevano di me, adesso si vergognavano e si umiliavano, e ammettevano che non era la fama, la vanità, il parlare e il sentire parlare di sé ciò che rimane, e tutto quello che c’era da scoprire, tutta la vita che volevano vivere, non era nel mondo, ma dentro di loro, lì scorreva lenta e maestosa, incisiva come l’azione che si consegna all’Infinito.
Racconto di Abramo Vane e in fotografia il Maestro Adalberto Zappalà della Scuola Yoga Il Cavedio (www.ilcavedio.org).
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