Beko apre uno spiraglio ma la strada sarà lunga
Le parole usate dai vertici di Beko vanno pesate bene. Il piano licenziamenti e chiusure è ancora una partita tutta aperta

Le parole sono importanti soprattutto se in gioco ci sono i destini di cinquemila lavoratori e delle loro famiglie. Il quarto appuntamento tra Beko Europe e le parti sociali al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha aperto uno spiraglio su una situazione che sembrava ormai quasi compromessa.
Le parole usate dai vertici di Beko vanno però pesate bene: per quanto riguarda le risorse destinate ai siti produttivi italiani, i turchi non hanno stanziato ancora un euro perché la decisione definitiva non è stata ancora presa. L’azienda «sta valutando un investimento di circa 300 milioni di euro, di cui un terzo (cioè 100 milioni, ndr) sarà destinato alla ricerca e sviluppo».
I soldi per l’Italia, al momento, sono solo un annuncio. La partita degli investimenti è infatti sottoposta ad altre due condizioni: verranno decisi «in funzione di ulteriori discussioni e della stabilità delle proprie attività in Italia». Le «discussioni» si riferiscono alle future trattative con le parti sociali, mentre «la stabilità» è strettamente legata alla sostenibilità economica dei siti produttivi italiani. Quindi con l’incontro di ieri al ministero si sono poste le basi per proseguire, ma tutto dipenderà da come procederà la trattativa e se le parti troveranno punti comuni su cui costruire un accordo definitivo.
Il punto più delicato riguarda il piano licenziamenti e chiusure, che Beko Europe presentò nel secondo incontro al Mimit. L’azienda non lo chiama piano industriale ma «piano di trasformazione delle attività industriali italiane». Nel comunicato stampa, diramato dopo l’incontro di ieri a Roma, Beko Europe affronta questo argomento per ultimo, dopo aver fatto una serie di conferme positive relative alla presenza in Italia dei «Centri di ricerca e sviluppo, del Centro globale del design industriale, del centro globale per la categoria cooking, e dei i centri decisionali europei».
L’azienda parla di «efficientamento delle strutture italiane al fine di poter ulteriormente ridurre i costi fissi secondo il piano presentato». Tra i costi fissi, cioè che non variano al variare della produzione, c’è il costo per il personale. Per Beko Europe continuare in questo percorso che comprende, appunto, tagli ai costi fissi è «una necessità», dettata «da un’approfondita analisi del contesto strutturale italiano ed europeo». La multinazionale turca ribadisce la propria «disponibilità a valutare ulteriori aspetti del piano, che potranno essere compiutamente analizzati una volta emersa chiarezza sulla disponibilità degli strumenti di accompagnamento per i lavoratori e in base alla capacità dell’azienda di poter ridurre il livello dei costi fissi». Insomma, è sui tagli di quei costi e sull’accompagnamento dei lavoratori in uscita il terreno su cui si giocherà questa trattativa.
Prima dell’incontro al ministero, il segretario della Uilm Altomilanse, Fabio Dell’Angelo, che segue da molto tempo lo stabilimento di Cassinetta di Biandronno, ha fatto due riflessioni importanti: la prima riguarda la variabile tempo. Secondo il sindacalista, la vertenza Beko sarà più lunga di quanto si pensi, definendo «una spada di Damocle» il termine del 2025 posto dall’azienda per la realizzazione del «piano di trasformazione delle attività in Italia». La seconda riguarda la continuità della produzione. Per sostenerla, sottolinea Dell’Angelo, bisogna tutelare nel medio-lungo periodo il capitale umano e le sue competenze, scongiurando le dimissioni dei lavoratori. Fenomeno che a Cassinetta di Biandronno sarebbe già in atto.
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