Sala Paolo Baumgartner protagonista a Brezzo di Bedero con Adalberto riva e la storia del pianoforte
Sala gremita di persone per ascoltare il Maestro Adalberto Riva e la sua storia del pianoforte

Domenica 16 febbraio, Sala Paolo Baumgartner, più semplicemente Sala Paolo, si abbiglia con l’abito delle grandi occasioni, ospitando il celebrato maestro Adalberto Riva e la sua “Storia del pianoforte”. Sala gremita, grande attesa per un programma che prevede l’intersecarsi delle dotte disquisizioni del maestro con le sue attesissime esibizioni pianistiche inserite in un programma intriso d’indubbio fascino.
Naturalmente l’introduzione all’incipiente serata non poteva che essere affidata al sindaco Daniele Boldrini, che non ha mancato di ricordare un’altra presenza essenziale di Adalberto, la celebrazione nel 2003 dei cinquanta anni di vita del Comune di Brezzo di Bedero, resosi autonomo da Luino nel 1953, nella quale si esibì con notevole perizia e conseguente successo.
DAL CLAVICEMBALO AL PIANOFORTE
E qui inizia l’avvincente storia narrata dalla voce pacata del maestro, improntata a rendere esplicito il cammino che ha condotto dal clavicembalo al pianoforte; “Occorre ricordare che il clavicembalo, utilizzato fino alla fine del seicento, aveva grandi limiti nella dinamica, nell’espressività musicale, il sistema non produceva vibrazioni, limitando le sfumature del tocco dell’esecutore.
Fu Bartolomeo Cristofori ad apportare le prime variazioni che permisero di giocare sulla gradazione e sull’intensità del suono risolvendo un problema meccanico che influenzerà il futuro. Inizialmente fu chiamato “fortepiano” e attraverso successivi miglioramenti, soprattutto con Stein, divenne il pianoforte sul quale si esercitarono e composero i grandi artefici della musica sinfonica come Beethoven”.
Il racconto è vibrante e avvince gli ascoltatori sollevando alcuni veli sulla comprensione del processo evolutivo di una musica diventata immortale; ma è chiaro che tutti attendono l’esibizione pianistica di Riva, che non può mancare e si compie attraverso lo scivolo delle note dei compositori da lui prescelti – da Scarlatti a Beethoven – al fine di far penetrare nelle più riposte anse dell’animo l’armonia che lo strumento, gestito con passione e trasporto, riesce a conferire a ogni spettatore. Si è trascinati, ci si allontana dai limiti dei luoghi e dei tempi che cessano così di esercitare la loro tirannia, lasciando spazio all’eterno flusso vitale della musica, l’arte per eccellenza.
STEINWAY & SONS
Adalberto incanala la scoperta del cammino evolutivo dello strumento, ricordando l’opera di Erard, ma specialmente di Steinway & Sons, azienda fondata nel 1853 dalla famiglia tedesca Steinweg, diventata col tempo leader a livello mondiale. Sottolinea le differenze fra la tecnica costruttiva viennese, orientata a offrire suoni delicati e leggeri, e quella franco-inglese che sopperiva alla minor agilità con una maggiore forza di sonorità.
Era chiaro che a questo punto si verificava un’osmosi fra gli esecutori e gli strumenti, dove il nuovo suono aveva la proprietà d’influenzare gli artisti e viceversa: da questi derivavano i suggerimenti per apportare ulteriori miglioramenti alla strumentistica.
L’IRRINUNCIABILE MUSICA
La cascata musicale prosegue con le mani di Adalberto che scorrono sulla tastiera fra Chopin e Liszt – è stato in pratica il primo grande pianista della storia a introdurre il concetto di suonare la musica altrui – dove prendono forma gli studi del primo e la sagace interpretazione del celebre brano del Rigoletto “Bella figlia dell’amore” cantata in teatro dal Duca a Maddalena, rivissuta non certo sul piano canoro, bensì con una serie di variazioni dell’esecutore, davvero pregevoli.
Purtroppo il tempo è spietato e l’intersezione storico/musicale deve infine interrompersi: lunghi, entusiasti applausi con ripetuti ritorni sulla ribalta ove campeggia il pianoforte, quale supremo e assoluto protagonista, ben conscio, tuttavia, che la sua maestosità rimarrebbe sterile se l’artista Adalberto Riva non sollevasse il coperchio della tastiera e lasciasse scorrere lì le sue dita per suggestionare, per l’ennesima volta, gli assetati dell’eterna, irrinunciabile musica.
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