Al Baff protagonisti i Carnival of Fools con il documentario di D’Angelo, Statiris e Giovanardi
Il racconto di una band seminale in Jesus Loves The Fools: un diario generazionale da metà anni '80 a metà anni '90 con dentro tanto cuore. Protagonista Mauro Ermanno Giovanardi

Mauro Ermanno Giovanardi, il Joe dei The Carnival of Fools prima, e dei La Crus dopo, sale sul palco del BAFF non solo con il documentario di cui è terzo regista e protagonista, ma anche con la sua voce, permettendo al pubblico di ripercorrere gli anni ’80 e ’90 tra i dischi dei The Carnival.
«Per noi era davvero a tutti i costi» spiega Joe dopo la proiezione, la sua generazione di giovani artisti, creativi e rivoluzionari vedeva la musica come un’urgenza. Ammette che non lo facevano per soldi, «eravamo disposti a giocarci tutto», ma riconosce che costanza e determinazione erano fondamentali. «Dovevo dare il tutto per tutto, non perché non volessi fare l’idraulico come mio padre – anche -, ma avevo voglia di campare senza fare l’idraulico» – ride. «Ci sentivamo degli eroi, facevamo sacrifici pazzeschi, eravamo visti un po’ come degli alieni ma questa roba qui era la cosa che volevamo fare, non c’era altro».
Con la pellicola è arrivata anche la resa dei conti, un bilancio sommario di ciò che ha funzionato bene e meno bene. Il cantante ammette «il documentario mi ha fatto capire l’importanza del periodo 88-94». Riconosce di aver “un po’ snobbato” la musica dei The Carnival, di averla considerata di serie B, «ma riaprire quel cassetto mi ha fatto capire che forse non era da prima in classifica, ma sicuramente di serie A». Ricorda i tempi del rock e commenta «non farei niente che non ho fatto» e precisa come il documentario sia «un racconto veramente emotivo, ricco di aneddoti e che ha tanto cuore».
La musica in una pellicola
Jesus Loves The Fools nasce da un’idea di Filippo D’Angelo, «ma ho dovuto dargli un freno perché lui l’avrebbe fatto in una settimana» – racconta Giovanardi. Dopo un’anno di ricerca, il processo creativo è passato anche per le mani di Dimitris Statiris, documentarista per la televisione svizzera, che ha maneggiato quel “diamante grezzo”. Il lavoro d’equipe ha realizzato un prodotto non autoreferenziale, piuttosto una narrazione collettiva che racconta degli anni 80, della scena milanese, di come si faceva musica.
D’Angelo, Statiris e Giovanardi sono riusciti a bypassare l’amarcord, a catturare la passione e a autoprodurre «qualcosa di necessario, perché si corre così velocemente che si rischia di perdere delle parti, dei pezzi di storia italiana, di una Milano che non c’è più».
Cristina Donà, ospite speciale
Dopo aver intonato con Joe i pezzi dei The Carnival, Donà afferma «mi piace ricordare che in quel periodo iniziavo a frequentare delle persone legate agli U2». La cantante ricorda di una «grande sete di verità che per noi era la musica», dell’esigenza di «mescolare tutto quello che ascoltavamo: il materiale anglofono diventava il nostro materiale». Per Donà è Il mio desiderio feroce di Keith Jarrett a descrivere la passione che li animava e che li anima.

La lingua della musica
«Il passaggio dell’inglese all’italiano è stato molto difficile e cantare in italiano era molto faticoso». Nonostante le fatiche Joe e Donà sono concordi nel considerare il passaggio «la strada per calare la nostra lingua in un’atmosfera musicale internazionale». Giovanardi racconta come prima in studio le demo arrivavano quasi sempre in inglese, poi in dialetto perché ha molte tronche e quindi è simile all’inglese, poi in italiano. Ammette che l’avvento delle demo nella sua lingua lo ha fatto riflettere: la chiave era «suonare una musica prettamente anglofona ma farci capire da chi era in prima fila».
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