Un nuovo linguaggio per l’industria del futuro. Giovani imprenditori tra tradizione e innovazione
Secondo Pietro Conti, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria Varese, serve un "alfabeto industriale comune" che unisca aziende consolidate e startup. L’obiettivo? Creare un ecosistema imprenditoriale che parli la stessa lingua verso il traguardo di #Varese2050
C’è chi sostiene che le parole non solo descrivano la realtà, ma la creino. Ma che lingua si parla in un momento di transizione economica come quello che stiamo vivendo? Grazie a quali parole la tradizione, rappresentata dall’industria manifatturiera, condivide lo spazio e il tempo con il nuovo che avanza sull’onda tecnologica?
La risposta l’ha data il debuttante Pietro Conti, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria Varese, alla sua prima assemblea generale alle Ville Ponti.
«Vogliamo che imprese radicate e startup possano trovare nel nostro movimento una sorta di Accademia della Crusca in grado di fare da sentinella e punto di incontro per un dialogo basato su un nuovo dizionario industriale comune» ha detto Conti.
Il motivo per cui è importante trovare un linguaggio condiviso e in qualche modo “certificato”, i giovani imprenditori lo spiegano in un passaggio in cui parlano di «doppio ruolo, culturale e strategico» del movimento, ben sapendo che qualsiasi cambiamento culturale richiede molto tempo. Conti ne è consapevole perché la bussola della sua relazione, dall’inizio alla fine, punta dritto al piano strategico #Varese2050 che ha bisogno di un nuovo ecosistema imprenditoriale pronto a cogliere la sfida.
Il continuo richiamo a «un linguaggio comune efficace», a «un comune alfabeto industriale» per permettere a imprenditori e startupper di allenarsi a parlare un solo linguaggio per intendersi, sono le condizioni necessarie per fare quel salto.
I dubbi presenti nella relazione di Conti sono pesanti ma tutti legittimi. Del resto interrogarsi su un contesto in pieno cambiamento è lo sforzo necessario per cercare una nuova via, mettendo in discussione quella vecchia. A cominciare dal modello dell’impresa familiare fino ai passaggi generazionali.
«Non è venuto forse il momento di diversificare le formule e di dotare le nostra aziende di nuove competenze?» si chiede il presidente dei Giovani imprenditori.
Per fare questo percorso sono stati scelti alcuni partner tra cui PoliHub, per favorire il matching nella filiera metalmeccanica, e Aifi (Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt), a supporto della crescita delle startup. Per la formazione in tema di strategia aziendale e organizzativa è aperta una collaborazione con l’Università Liuc di Castellanza e la sua Business School, mentre con l’incubatore Comonext e la no-profit InnoVits si punta alla formazione degli startupper e alla messa alla prova della loro intuizione imprenditoriale.
I Giovani imprenditori sono dunque pronti a mettersi in gioco e a farsi giudicare per quanto riusciranno a mettere a terra del loro programma per contribuire a realizzare il piano strategico #Varese2050. L’elenco finale di Conti non lascia dubbi: «Misureremo quante startup innovative sapremo contribuire a far nascere. Quanti passaggi generazionali di successo verranno portati a termine. Quanti manager entreranno nei nostri cda. Quante collaborazioni nasceranno tra startup e imprese e quante startup innovative si trasformeranno in pmi innovative».
Pietro Conti lascia in coda alla relazione un passaggio importante sul decisore pubblico che in un ecosistema dell’innovazione ha un ruolo fondamentale. «Il ddl concorrenza – ha concluso il presidente dei Giovani industriali – porta a ventimila euro il capitale sociale minimo delle startup innovative dopo due anni. Assolombarda ha recentemente dichiarato che con questa modifica potrebbe chiudere il settanta per cento delle startup innovative. Ognuno in questa fase deve fare la sua parte. Questo vale anche per la politica e le istituzioni».
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