“Spezziamo le catene della violenza sulle donne”. E dopo il caso Cecchettin chiedono aiuto anche i ragazzi che temono di diventare violenti
L'omicidio della ragazza di Padova è stato uno spartiacque importante soprattutto per i giovanissimi: i centri antiviolenza hanno iniziato a registrare anche casi di maschi spaventati dalle proprie reazioni violente

I numeri, ancora una volta, fotografano un fenomeno diffuso, che riguarda tutti: la violenza sulle donne tocca italiani e stranieri, si annida nelle strade ma soprattutto dentro le relazioni di coppia e in famiglia. Di anno in anno c’è qualche oscillazione, in più o in meno, a seconda dei casi e dei luoghi.
C’è però un dato interessante, emerso dalla tavola rotonda promossa a Gallarate da Francesca Caruso, assessora alla Cultura di Regione Lombardia Francesca Caruso: soprattutto nei più giovani c’è una consapevolezza che cresce, anche nei maschi.
«Abbiamo un sacco di accesso di ragazzini giovani, anche sull’onda del Caso Cecchettin» dice Cinzia Di Pilla, coordinatrice E.Va odv, una delle realtà chiamate a intervenire all’incontro a Gallarate. «Ci sono anche genitori di minorenni che si accostano. È importante lavorare con i ragazzi per prevenire»
Nella settimana della polemica tra la famiglia Cecchettin e il ministro Giuseppe Valditara – che almeno nelle prime dichiarazoni ha ridotto la violenza a quella di strada, addossando la responsabilità agli stranieri – sono proprio le associazioni a evocare l’effetto positivo avuto, paradossalmente, da una tragedia che ha toccato molti.
Parlare degli aggressori, di chi maltratta è più difficile che parlare delle vittime, si rischia di scivolare nella giustificazione, è un tema che infiamma anche le discussioni. Ma è necessario: «Se lavoriamo solo con le vittime non spezziamo la catena della violenza, dobbiamo lavorare anche con il maltrattante: lo so che è fastidioso dire questo» dice Cristina Mastronardi, piscologa e psicoterapeuta, attiva sul territorio con l’associazione Amico Fragile, che ricorda come la violenza sia spesso l’espressione negativa di emozioni fuori controllo e non gestite (tipico caso: il bullizzato che diventa bullo o la persona che ha subìto violenza da bambino che sviluppa comportamenti pedofili).

«Arrivano maltrattanti anche su accesso spontaneo, anche ragazzi che cominciano ad avere paura della propria reazione» continua Mastronardi. «Magari danno uno schiaffo oppure prendono a calci una porta durante una discussione e si rendono conto, hanno paura di andare oltre».
Ovviamente si parla di singoli casi, seppur segnalati da più voci: non se ne può trarre una tendenza generale, però è un segnale interessante, specie se rilevato appunto da più “antenne” sul territorio.
A Gallarate, insieme a E.Va Odv e a Amico Fragile, sono intervenute anche operatrici e volontarie di Rete Rosa di Saronno e Eos Varese.
Alla tavola rotonda promossa da con Associazione Artemide e da Caruso – che da assessora comunale a Gallarate aveva molto lavorato sul tema – c’erano anche i responsabili delle forze dell’ordine (carabinieri, Polizia di Stato e Polizia Locale gallaratese) che hanno portato i dati. Che contengono segnali di leggera flessione su alcuni fenomeni e aumenti su altri fronti. Ancora una volta i reati di riferimento segnalano una forte incidenza della violenza dentro le relazioni di coppia o in famiglia, tra interventi per liti in famiglia – possibile spia di violenza -, casi di maltrattamenti veri e propri, stalking e revange porn. In leggera flessione gli episodi qualificati invece come violenza sessuale, da sette nel 2023 a tre nel 2024.
Quel trillo al comando della Polizia di Gallarate che fa scoprire una storia di violenza
Ma ovunque sia – per strada, sui luoghi di lavoro, tra le mura di casa – la violenza deve trovare una pronta reazione che coinvolga tutti. A partire dall’ascolto delle donne: «Affinché nessuna debba mai più affrontare la violenza da sola» ha concluso nel suo intervento Francesca Caruso.
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