“Isola Felice” un docufilm sulla mafia che a Varese uccise
Verrà trasmesso martedì prossimo su Rai Storia. Parlano i protagonisti dell’inchiesta e i cronisti di quell’epoca
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«Mio padre mi disse: quello lì non c’è più». La testimonianza di Antonio Zagari, registrata nei monitor collocati nell’aula bunker di Varese sarà solo uno dei tanti passaggi capaci di far gelare il sangue per una vicenda terribile: il rapimento e l’uccisione di di Emanuele Riboli, 17 anni.
Perché questa vicenda è solo la tremenda punta dell’iceberg di “Isola felice” Docufilm sul processo “Isola Felice” in onda su Rai Storia il 16 ottobre prossimo alle 21.10 e che prende il nome dall’operazione che scatta su ordine della direzione distrettuale antimafia di Milano all’alba del 14 ottobre 1994 in provincia di Varese.
L’accusa è associazione per delinquere di stampo mafioso: estorsione, sequestro di persona, omicidi. Sono state le rivelazioni di Antonio Zagari, figura di primo piano dell’organizzazione che hanno permesso di ricostruire l’intera struttura criminale
«Un’alba livida, sirene che squarciano la quiete di una zona tranquilla in cui si dice che non accade mai nulla»: descrive così quella mattina il giornalista e scrittore Gianni Spartà, cronista di giudiziaria a Varese proprio in quel periodo.
Il 9 giugno 1995 nell’aula bunker, collocata negli stabilimenti dell’ex fabbrica di aerei Aermacchi, luogo simbolo della città, ha inizio il processo e due anni dopo arriva la decisione di giudici, una sentenza storica: «Così – commenta Armando Spataro, Sostituto Procuratore della repubblica al processo – per la prima volta viene riconosciuta l’esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso ben radicata nel territorio della provincia di Varese che per circa 20 anni ha commesso una serie di gravissimi reati: rapine, estorsioni, omicidi e sequestri di persona».
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La potente organizzazione è ritenuta responsabile anche del sequestro e dell’omicidio di Emanuele Riboli: «Eravamo una famiglia di 7 persone 5 figli la mamma e il papà, una famiglia normalissima con tanti bambini chiassosi» Ricorda Lella Riboli, la
sorella di Emanuele, che amava le moto da cross e andava a scuola in bicicletta: fu rapito la sera del 14 ottobre 1974 mentre tornava a casa.
Il suo corpo non fu mai più trovato malgrado il pagamento del riscatto.
Al processo d’appello che si terrà a Milano nell’ottobre del 1999 il sostituto procuratore Francesco Maisto chiederà scusa alla famiglia Riboli: «Telefonai e dissi io oggi pomeriggio chiederò l’assoluzione per i rapitori di vostro figlio. Volevo chiedervi perdono di questo da parte di tanti che avrebbero dovuto farlo e non l’hanno fatto».
Le parole del papà del giovane Emanuele Riboli, custodite negli archivi Rai, completano il racconto di questa docufilm.
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