Piazza Mercato: 51 anni dopo. Varese non dimentichi la stagione delle stragi
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1 Aprile 2025
«Presi dall’operoso presente, i varesini sanno poco del loro passato. Dunque, pare che qui ci fosse uno stanziamento di palafitticoli, poi venne Stendhal in villeggiatura. Dicono di no alla memoria, non perdono il sonno per le informazioni».
Giorgio Bocca, Il Giorno, 1964
Sono passati cinquantuno anni da quella tragica mattina del 28 marzo 1974, quando un ordigno esplosivo – posizionato in Piazza Mercato e rivendicato dal movimento neofascista Ordine Nero – uccise il fiorista Vittorio Brusa.
Sembrava una batteria d’auto qualunque quella dimenticata ai piedi dei tigli, dove il fiorista di Casbeno – insieme alla moglie Augustina – era “solito disporre i cestini con le composizioni floreali coltivate sul lago”. Augustina aveva provato a rimuoverla, ma il peso eccessivo l’aveva costretta a chiamare il marito, il quale – chinandosi – l’aveva sollevata con un colpo secco. Un bagliore improvviso, un boato assordante, tutti gli ambulanti in fuga per paura di altre esplosioni. Vittorio fu scaraventato in aria e morì sul colpo, la moglie se la cavò con la frattura di una gamba e diverse schegge nel corpo. Il figlio Aurelio, 16 anni, che quella mattina non si era recato al lavoro a causa del mal di schiena, fu raggiunto poco dopo dalla notizia che gli avrebbe per sempre cambiato la vita.
Lì, al posto numero 33 che la coppia affittava dal Comune, era rimasta una buca profonda circondata da una pozza di sangue. Qualcuno aveva “raccolto i fiori sparsi intorno e rispettosamente li aveva riuniti per coprire le tracce di sangue e dare dignità a quella morte assurda”, celebrata due giorni dopo nella Chiesa di Casbeno.
«Poteva essere una seconda Piazza Fontana» scrisse La Prealpina, immaginando lo scoppio qualche ora più tardi, a mercato affollato. In effetti, quei tre etti di esplosivo – collegati ad un innesco a strappo legato con del fil di ferro all’albero vicino – avrebbero ucciso chiunque avesse provato a rimuoverli.
Nell’ottobre dello stesso anno, il rinvenimento di ulteriore esplosivo presso la diga di Creva e l’arresto di Fabrizio Zani e Mario Di Giovanni – latitanti ed esponenti di spicco di Ordine Nero – in un casolare poco fuori Casciago, sottolineavano l’accresciuto peso di Varese nelle trame nere.
Il fascicolo processuale per la morte di Vittorio Brusa – aperto contro ignoti – venne archiviato nel giugno ’75. Diverse furono le accuse rivolte al Tribunale di Varese e alla Questura, tacciati di aver creato “un clima di connivenze omissive e silenziose” e una “insufficiente vigilanza” contro il dilatare del neofascismo locale. Ma, nonostante questo, nessun indizio, nessuna prova. Dopo il primo anniversario l’evento scomparve dalle cronache.
È forse arrivato il momento – dopo cinquantuno anni di distanza – di fare i conti con la nostra storia. La bomba di Piazza Mercato si inserisce in un contesto storico complesso e articolato, un anno di transizione – il 1974 – che ha visto mutare la strategia internazionale degli Stati Uniti, la fine delle tre dittature mediterranee, la Cia sul banco degli imputati, la liquidazione del Piano Chaos e “il tramonto dell’infruttuosa esperienza vietnamita”. Tradotto: basta con i colpi di stato in salsa cilena, abbandono “delle strutture nazifasciste strumentalizzate in funzione anticomunista”, cauta “apertura alle richieste di rinnovamento sociale” e nuovo slancio al dialogo con l’Unione Sovietica.
In Italia, l’avanzata elettorale del PCI aveva convinto la DC (e persino Confindustria) a cercare un accordo con Botteghe Oscure per imbrigliare la conflittualità sociale, accordo che sarebbe sfociato – dopo le elezioni del giugno 1976 – nella stagione della cosiddetta solidarietà nazionale.
Non solo. Era cominciata la smobilitazione di quegli apparati istituzionali che avevano gestito le due fasi della strategia della tensione, la prima anticomunista (da Piazza Fontana alla strage di via Fatebenefratelli) e la seconda antifascista. Fu così predisposto dalla DC – accusata di aver contribuito o quantomeno sfruttato quel clima di tensione – lo sganciamento dei servizi segreti (attraversati da fratture e scontri intestini) dalle propaggini della destra eversiva. La quale, riorganizzatasi dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo nel dicembre 1973 e gli arresti che avevano colpito Avanguardia Nazionale pochi mesi più tardi, diede vita a una delle più misteriose e controverse organizzazioni eversive di tutti gli anni Settanta: Ordine Nero (attiva per lo più in Lombardia e Toscana).
In quel tragico anno, l’Italia – che vide, tra le altre cose, il primo omicidio delle Br, l’inchiesta di Tamborino sulla Rosa dei Venti e quella di Violante sul Golpe Bianco di Edgardo Sogno – fu attraversata da un’ondata di violenza terroristica di matrice neofascista senza precedenti: sei attentati a Milano, dieci a Savona (roccaforte elettorale del ministro Taviani) e poi Varese, Brescia, l’Italicus. Come scrisse Benedetta Tobagi, «considerando gli episodi di dubbiosa attribuzione, il numero di ordigni esplosi nel 1974 oscilla tra i 30 e 40. Uno stillicidio».
È complesso, a distanza di anni, valutare in sede storiografica la reale paternità di quelle bombe, data la clandestinità che caratterizzava Ordine Nero, e “la circostanza che sul medesimo terreno potevano convergere gli ambienti militari decisi a proseguire la crociata anticomunista e interessati a seminare il panico.”
Ma, nonostante tutte le difficoltà e gli impedimenti, è necessario, anzi doveroso, continuare a scavare. Non è sufficiente una targhetta commemorativa o l’intitolazione di uno spazio pubblico a Vittorio Brusa (proposte estemporanee e tardive giunte dal consiglio comunale pochi mesi fa). La memoria va esercitata quotidianamente con fatica, impegno e dedizione. Collettivamente.
Varese non dimentichi la stagione delle stragi.
Pietro Goitan, studente di Storia
(Fotografia di Carlo Meazza)
P.s. Ho (colpevolmente) omesso di citare le fonti per non appesantire ulteriormente un testo già fin troppo denso
Sono a disposizione per qualsiasi chiarimento rispetto alla documentazione.
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e in tutto questo il ruolo delle brigate rosse e di tutto il sangue evrsato per mano di terroristi “dell’altra parte?” nemmeno una parola? è questo il modo di fare storia? a senso unico?